|
Fondo –
solo come sono sempre stato nella mia relazione con la causa
psicoanalitica – l' École Française de Psychanalyse , di cui, per i
prossimi quattro anni, dei quali niente al presente mi vieta di
rispondere, garantirò personalmente la direzione.
Questo titolo
rappresenta nelle mie intenzioni l'organismo dove deve svolgersi un
lavoro – che nel campo aperto da Freud restauri il vomere affilato
della verità – che riconduca la prassi originale da lui istituita
con il nome di psicoanalisi a quel che al mondo le spetta – che con
una critica assidua vi denunci le deviazioni e i compromessi che
smorzano il suo progresso degradando il suo impiego.
Questo
obiettivo di lavoro è indissociabile da una formazione che deve
essere impartita in questo movimento di riconquista. Vale a dire che
vi sono abilitati a pieno diritto coloro che io stesso ho formato,
che vi sono invitati tutti coloro che possono contribuire a mettere
alla prova quel che vi è di ben fondato in questa formazione.
Quanti
verranno in questa École si impegneranno a svolgere un lavoro
sottoposto a un controllo interno ed esterno. È loro garantito in
cambio che niente sarà risparmiato affinché tutto quel che faranno
di valido abbia risonanza che merita, e al posto che converrà.
Per
lo svolgimento del lavoro, adotteremo il principio di una
elaborazione sostenuta in un piccolo gruppo. Ciascun gruppo (abbiamo
un nome per designare questi gruppi) sarà composto da un minimo di
tre persone, da un massimo di cinque, quattro e la misura giusta.
Più una incaricata della selezione, della discussione e dell'esito
da riservare al lavoro di ciascuno.
Dopo un certo tempo di attività,
gli elementi di un gruppo si vedranno proporre di cambiare in un
altro.
Il compito direttivo non costituirà un titolo territoriale
dove il servizio reso si capitalizzerebbe ai fini dell'accesso a un
grado superiore, e nessuno dovrà considerarsi retrocesso per il
fatto di rientrare nei ranghi di un lavoro di base.
Questo perché
ogni impresa personale rimetterà il suo autore alle condizioni di
critica e di controllo cui sarà sottoposto nell' École ogni lavoro
da proseguire.
Ciò non implica affatto una gerarchia a testa in giù,
ma un'organizzazione circolare il cui funzionamento, facile da
programmare, si consoliderà con l'esperienza.
Costituiamo tre
sezioni che garantirò procedano con due collaboratori per ciascuna
che mi affiancheranno.
1. Sezione di psicoanalisi pura , ossia prassi e dottrina della
psicoanalisi propriamente detta, la quale altro non è – e sarà
stabilita a suo luogo – che la psicoanalisi didattica.
I problemi
urgenti da porre su tutti gli sbocchi della didattica, troveranno
qui modo di aprirsi la via tramite un confronto che si terrà tra
persone con esperienza della didattica e che hanno candidati in
formazione. Poiché la sua ragione d'essere è fondata su qualcosa che
non è il caso di velare: il bisogno che risulta dalle esigenze
professionali ogni volta che portano l'analizzato in formazione ad
assumersi una responsabilità, anche minima, analitica.
Nell'ambito
di questo problema e come suo caso particolare deve situarsi quello
dell'entrata in controllo. Questo caso è un preludio da definire con
criteri diversi dall'impressione di tutti e dal pregiudizio di
ciascuno. Perché si sa che attualmente questi sono la sua unica
legge, quando la violazione della regola implicata nell'osservanza
delle sue forme è permanente.
Dall'inizio in ogni caso un controllo
qualificato sarà garantito a chi pratica essendo in formazione nella
nostra École.
Saranno proposti allo studio in tal modo stabilito i
tratti con i quali io stesso rompo con gli standard sostenuti nella
pratica didattica, come anche gli effetti imputati al mio
insegnamento sul corso delle mie analisi, quando è il caso che i
miei analizzati vi assistano a titolo di allievi. Vi saranno incluse,
se occorre, le sole impasse che si possono considerare relative alla
mia posizione in una simile École , ovvero quelle che l'induzione
stessa cui mira il mio insegnamento potrebbe generare nel mio lavoro.
Questi
studi, la cui punta è la messa in questione della routine stabilita,
saranno raccolti dal direttivo della sezione che baderà alle vie
opportune per sostenere gli effetti della loro sollecitazione.
Tre sottosezioni:
- Dottrina della psicoanalisi pura.
- Critica
interna della sua prassi come formazione.
- Controllo degli
psicoanalisti in formazione.
Pongo infine a principio della dottrina che questa sezione, la
prima, come anche quella di cui dirò la destinazione al titolo 3,
non si limiterà alla qualifica medica per quanto riguarda il
reclutamento, poiché la psicoanalisi pura non è in sé una tecnica
terapeutica.
2. Sezione di psicoanalisi applicata , che vuol dire di terapia e di
clinica medica.
Vi saranno ammessi gruppi di medici, vi facciano
parte o no soggetti psicoanalizzati, nella misura in cui siano
minimamente in grado di contribuire all'esperienza psicoanalitica;
con la critica delle sue indicazioni nei suoi risultati – mettendo
alla prova i termini categorici e le strutture che vi ho introdotto
come sostegno del drittofilo della prassi freudiana, mettendoli cioè
alla prova con l'esame clinico, con le definizioni nosografiche, con
la posizione stessa dei progetti terapeutici.
Anche qui tre sottosezioni:
- Dottrina della cura e sue varianti.
-
Casistica.
- Informazione psichiatrica e sondaggio medico.
Un direttivo per aumentare ogni lavoro come dell' École , e tale che
la sua composizione escluda ogni conformismo preconcetto.
3. Sezione inventario del Campo freudiano . Garantirà innanzitutto
il resoconto e la recensione di quanto in questo Campo offrono le
pubblicazioni che vi si pretendono autorizzate.
Lavorerà a mettere
in luce i principi dei quali la prassi analitica deve ricevere nella
scienza il suo statuto. Statuto che per quanto particolare occorre
infine riconoscerlo, non potrebbe essere quello di un'esperienza
ineffabile.
Chiamerò infine ad aggiornare la nostra esperienza, come
a comunicarla, quanto dello strutturalismo instaurato in certe
scienze può chiarire quello la cui funzione ho dimostrato nella
nostra – in senso inverso chiamerò quanto nella nostra
soggettivazione queste stesse scienze possono trarre come
ispirazione complementare.
Al limite, è richiesta una prassi della
teoria, senza la quale l'ordine di affinità delineato dalle scienze
che chiamiamo congetturali resterà alla mercé di questa deriva
politica che si innalza sull'illusione di un condizionamento
universale.
Dunque ancora tre sottosezioni:
- Commento continuo del movimento
psicoanalitico.
- Articolazione con le scienze affini.
- Etica della
psicoanalisi, che è la prassi della sua teoria.
I fondi finanziari, costituiti innanzitutto dai membri dell' École ,
dalle sovvenzioni che essa eventualmente otterrà, o dalle
prestazioni che garantirà come École , saranno interamente riservati
al suo sforzo di pubblicazione.
In primo luogo un annuario
raccoglierà i titoli e i riassunti dei lavori dell' École ,
indipendentemente da dove siano stati pubblicati; nell'annuario
figureranno, semplicemente ne abbiano fatta domanda, tutti coloro
che abbiano svolto una funzione.
Si aderirà all' École presentandosi
in un gruppo di lavoro costituito nel modo suddetto.
L'ammissione
sarà inizialmente decisa da me senza che io tenga conto della
posizione che chiunque possa aver preso in passato nei miei
confronti, certo come sono che non sarò io ad avercela con quanti mi
hanno lasciato, ma che saranno loro ad avercela sempre di più con me
non potendo tornare.
D'altra parte la mia risposta concernerà solo
quello che potrò presumere o constatare riguardo ai titoli di valore
del gruppo e del posto che intenderà occupare per cominciare.
L'organizzazione
dell' École sul principio di rotazione così come ho indicato, sarà
definita a cura di una commissione scelta da una prima assemblea
plenaria che si terrà entro un anno. Questa commissione la elaborerà
sulla base dell'esperienza svoltasi alla scadenza del secondo anno,
quando una seconda assemblea dovrà approvarla.
Non è necessario che
le adesioni ricoprano l'insieme di questo piano perché esso funzioni.
Non ho bisogno di una lista numerosa, ma di gente che voglia
lavorare, come già da ora so essercene.
Nota aggiunta
Questo atto di fondazione non tiene in nessun conto
semplici abitudini. È parso comunque opportuno lasciare aperte
alcune questioni per quanti sono ancora sorretti da queste abitudini.
Una
guida per l'utente, in sette titoli, dà qui le risposte più
sollecitate – a partire da cui si supporranno i problemi che esse
dissipano.
1. Il didatta
Uno psicoanalista è didatta per aver fatto una o più
analisi che si sono rivelate didattiche.
È un'abilitazione di fatto,
che in realtà ha sempre avuto luogo in questo modo e che rileva
unicamente di un annuario che sancisce dei fatti, senza nemmeno
pretendere di essere esaustivo.
L'usanza del consenso tra pari è
resa caduca dal momento che una Società ha potuto utilizzare
l'introduzione della cosiddetta ‘lista', permessa di recente, per
dei fini che misconoscono patentemente le stesse condizioni
dell'analisi da intraprendere come dell'analisi in corso.
Condizioni
di cui quella essenziale è che l'analizzato sia libero di scegliere
il proprio analista.
2. La candidatura alla Scuola
Una cosa è la candidatura a una Scuola,
un'altra la qualifica di psicoanalisi didattica.
La candidatura alla
Scuola esige una selezione che va regolata sui suoi obbiettivi di
lavoro.
All'avvio questo incarico sarà svolto da un semplice
comitato di accoglimento, detto Cardo , cioè cardine in latino, cosa
che ne indica lo spirito.
Ricordiamo che la psicoanalisi didattica è
richiesta solo per la prima sezione della Scuola, anche se è
auspicabile per tutte.
3. La psicoanalisi didattica
La qualifica di psicoanalisi didattica
si è effettuata, fino a ora, attraverso una selezione che è
sufficiente giudicare partendo dalla constatazione che essa, da
quando vige, non ha permesso di articolare nessuno dei suoi principi.
Nessuno
ha più la possibilità di distaccarsene in futuro, salvo rompere
prima di tutto con una usanza che si espone alla derisione.
Il solo
principio certo da porre, tanto più in quanto misconosciuto, è che
la psicoanalisi si costituisce come didattica per il volere del
soggetto, e che egli deve essere avvertito che l'analisi contesterà
questo volere, man mano che si avvicina il desiderio che esso
nasconde.
4. La psicoanalisi didattica nella partecipazione alla Scuola
Quanti
intraprendono una psicoanalisi didattica lo fanno di testa propria e
per loro scelta.
Il titolo 1 di questa nota implica anche che essi
possano essere in posizione tale d'autorizzare il loro psicoanalista
come didatta.
Tuttavia l'ammissione alla Scuola impone loro la
condizione che si sappia che essi si sono ingaggiati in tale
impresa, dove e quando.
Perché la Scuola, dal momento in cui il
soggetto entra in analisi, deve vagliare questo fatto assieme alla
responsabilità che essa non può declinare circa le sue conseguenze.
È
una costante che la psicoanalisi abbia effetti su ogni pratica del
soggetto che vi si ingaggia. Quando tale pratica procede, per quanto
poco sia, da effetti psicoanalitici si dà il caso che li generi, là
dove si tratta di riconoscerli.
Come non vedere che il controllo
s'impone a partire da questi effetti e prima di tutto per proteggere
colui che vi giunge in posizione di paziente.
Qui è in gioco
qualcosa di una responsabilità che la realtà impone al soggetto,
quando pratica la psicoanalisi, di prendersi i suoi rischi.
Fingere
di ignorare questo fatto è l'incredibile funzione che viene
conservata nella pratica dell'analisi didattica: si ritiene che il
soggetto non pratichi la psicoanalisi, o si considera che egli,
facendo questo, violi una regola di prudenza, o di onestà. D'altra
parte, è noto che non è affatto al di fuori dei limiti di ciò che
accade che, nell'osservare questa regola, il soggetto finisca per
venire meno alla sua funzione.
La Scuola non può esentarsi da questo
stato di cose disastroso, in nome del lavoro che essa deve garantire.
È
per questa ragione che essa assicurerà i controlli, che si addicono
alla situazione di ciascuno, facendo fronte a una realtà, di cui
l'accordo dell'analista entra a far parte.
Viceversa, una soluzione
insufficiente motiverà per essa una rottura del contratto.
5. L'inserimento nella Scuola
Attualmente si entra nella Scuola attraverso due vie.
1. Il gruppo
costituito per scelta reciproca secondo l'atto di fondazione e che
si chiamerà un cartello , si presenta alla mia approvazione con il
titolo del lavoro che ciascuno intende perseguirvi.
2. Gli individui
che vogliono farsi conoscere con qualsivoglia progetto, troveranno
la strada giusta presso un membro del Cardo : i nomi dei primi che
ne hanno accettato l'incarico dietro mia domanda, verranno
pubblicati prima del 20 luglio. Io stesso indirizzerò chi me lo
domanderà a uno di loro.
6. Lo statuto della Scuola
La mia personale direzione è provvisoria,
benché l'abbia promessa per quattro anni, che mi sembrano necessari
all'avvio della Scuola.
Se lo statuto giuridico della Scuola è fin
d'ora quello di una associazione dichiarata secondo la legge del
1901, crediamo di dover, prima di tutto, far passare nel suo
movimento lo statuto interno che sarà proposto, entro un termine
fissato, all'approvazione di tutti.
Ricordiamo che la peggiore
obiezione che si possa fare alle Società, nella loro forma esistente,
è che esse causano nei migliori l'inaridimento del lavoro,
manifestatosi fin nella qualità.
Il successo della Scuola si
misurerà all'uscita dei lavori che siano recepibili al loro posto.
7. La Scuola come esperienza inaugurale
Pensiamo che questo aspetto
s'imponga a sufficienza nell'atto di fondazione e lasciamo a
ciascuno di scoprirne le promesse e gli ostacoli.
A quanti possono
interrogarsi su ciò che mi guida, sveleremo la ragione.
L'insegnamento
della psicoanalisi non può trasmettersi da un soggetto ad un altro
che attraverso un transfert di lavoro.
I ‘Seminari', compreso il
nostro corso all' École des Hautes Études , non fonderanno nulla se
non rinviando a questo transfert. Nessuno strumento dottrinale, in
particolare il nostro, per quanto possa essere propizio alla
direzione del lavoro, può pregiudicare le conclusioni che ne saranno
il resto.

|
Primo principio: La psicoanalisi è una pratica della parola. I
due partner sono l’analista e l’analizzante, riuniti in presenza
nella stessa seduta psicoanalitica. L’analizzante parla di quello
che lo porta lì, la sua sofferenza, il suo sintomo. Tale sintomo è
articolato alla materialità dell’inconscio, fatto di cose dette al
soggetto, che gli hanno fatto male, e di cose impossibili da dire
che lo fanno soffrire. L’analista punteggia quello che dice
l’analizzante e gli permette d’intessere la stoffa del suo inconscio.
I poteri del linguaggio e gli effetti di verità che permette, quella
che si chiama interpretazione, è il potere stesso dell’inconscio.
L’interpretazione si manifesta sia sul lato dell’analizzante sia sul
lato dell’analista. Tuttavia, l’uno e l’altro non hanno lo stesso
rapporto con tale inconscio dato che uno ha già effettuato
l’esperienza, l’altro invece no.
Secondo principio: La seduta psicoanalitica è un luogo in cui
possono allentarsi le identificazioni più stabili con cui il
soggetto è fissato. Lo psicoanalista autorizza questa distanza nei
confronti delle abitudini, delle norme, delle regole a cui
l’analizzante si assoggetta al di fuori della seduta. Egli autorizza
l’interrogarsi radicale sui fondamenti dell’identità di ognuno. Può
temperare la radicalità di tale interrogazione tenendo conto della
particolarità clinica del soggetto che si rivolge a lui. Non tiene
conto di nient’altro. È ciò che definisce la particolarità del posto
dello psicoanalista, colui che sostiene l’interrogarsi, l’apertura,
l’enigma nel soggetto che va a trovarlo. Egli non si identifica,
quindi, a nessuno dei ruoli che il suo interlocutore vuole fargli
giocare, né a nessun magistero o ideale già presente nella civiltà.
In un certo senso, l’analista è colui che non può essere assegnato a
nessun altro posto che non sia quello della questione sul desiderio.
Terzo principio: L’analizzante si rivolge all’analista. Gli
attribuisce dei sentimenti, delle credenze, delle attese in reazione
a quanto egli dice e desidera agire sulle credenze e sulle attese
che egli anticipa. La decifrazione del senso, negli scambi tra
analizzante e analista, non è l’unica cosa in gioco. Vi è ciò a cui
mira colui che dice. Si tratta di recuperare qualcosa di perduto
presso tale interlocutore. Questo recupero d’oggetto dà la chiave
del mito freudiano della pulsione. Essa fonda il transfert che
annoda i due partner. La formula di Lacan secondo cui il soggetto
riceve dall’Altro il suo proprio messaggio in forma invertita
include sia il deciframento sia la volontà di agire su colui a cui
ci si rivolge. In ultima istanza, quando l’analizzante parla, egli
vuole, al di là del senso di quello che dice, raggiungere nell’Altro
il partner delle sue attese, delle sue credenze e dei suoi desideri.
Ciò a cui mira è il partner del suo fantasma. Lo psicoanalista,
illuminato dall’esperienza sulla natura del proprio fantasma, ne
tiene conto. Si guarda dall’agire in nome di quest’ultimo.
Quarto principio: Il legame del transfert presuppone un luogo,
il “luogo dell’Altro”, come dice Lacan, che non è regolato da nessun
altro particolare. È quello in cui l’inconscio può manifestarsi
nella più grande libertà di dire e, dunque, di provarne gli inganni
e le difficoltà. È pure il luogo in cui le figure del partner del
fantasma possono dispiegarsi nei loro giochi di specchi più
complessi. Per questo motivo la seduta psicoanalitica non sopporta
il terzo e il suo sguardo esterno al processo stesso che è in gioco.
Il terzo si riduce a questo luogo dell’Altro. Questo principio
esclude, dunque, l’intervento dei terzi autoritari che vogliono
assegnare un posto a ciascuno come pure uno scopo già stabilito al
trattamento psicoanalitico. Il terzo valutatore si iscrive nella
serie dei terzi, la cui autorità lo afferma dall’esterno di quello
che è in gioco tra l’analizzante, l’analista e l’inconscio.
Quinto principio: Non esiste cura standard, non esiste un
protocollo generale che governerebbe la seduta e la cura
psicoanalitica. Freud ha preso la metafora degli scacchi per
indicare che vi erano solo delle regole o dei tipi di inizio o di
fine di partita. Certo, da Freud in poi, gli algoritmi che
formalizzano gli scacchi hanno aumentato la loro potenza. Legati
alla potenza di calcolo del computer essi permettono a una macchina
di battere un giocatore umano. Questo non cambia il fatto che la
psicoanalisi, contrariamente agli scacchi, non può presentarsi sotto
forma algoritmica. Lo vediamo per Freud stesso, che ha trasmesso la
psicoanalisi con l’ausilio di casi particolari: l’Uomo dei topi,
Dora, il piccolo Hans, ecc. A partire dall’Uomo dei lupi, il
racconto della cura è entrato in crisi. Freud non poteva più far
tenere, nell’unità di un racconto, la complessità dei processi in
gioco. Lungi dal potersi ridurre a un protocollo tecnico,
l’esperienza della psicoanalisi non ha che una regolarità: quella
dell’originalità dello scenario tramite il quale si manifesta la
singolarità soggettiva. La psicoanalisi non è, dunque, una tecnica
ma un discorso che incoraggia ciascuno a produrre la propria
singolarità, la propria eccezione.
Sesto principio: La durata della cura e lo svolgimento delle
sedute non possono essere standardizzate. Le cure di Freud hanno
avuto delle durate molto variabili. Ci sono state cure di una seduta,
come la psicoanalisi di Gustav Mahler. Ci sono pure state cure di
quattro mesi, come quella del piccolo Hans, di un anno, come quella
dell’Uomo dei topi, di diversi anni, come quella dell’Uomo dei lupi.
Da allora lo scarto e la diversificazione non hanno smesso di
accrescersi. Inoltre, l’applicazione della psicoanalisi, al di là
dello studio, nei dispositivi in cui si distribuiscono cure, ha
contribuito alla varietà delle durate della cura psicoanalitica. La
varietà dei casi clinici e delle età della vita a cui la
psicoanalisi è stata applicata permette di ritenere che la durata
della cura ora sia definita al massimo come “su misura”. Una cura è
condotta sino a che l’analizzante sia sufficientemente soddisfatto
di ciò di cui ha fatto l’esperienza per lasciare l’analista. Ciò che
si ha di mira non è l’applicazione di una norma, ma un accordo del
soggetto con se stesso.
Settimo principio: La psicoanalisi non può determinare ciò
che ha di mira e la sua fine in termini di adattamento della
singolarità del soggetto a delle norme, a delle regole, a delle
determinazioni standard della realtà. La scoperta della psicoanalisi
è anzitutto quella dell’impotenza del soggetto a raggiungere la
piena soddisfazione sessuale. Tale impotenza è designata con il
termine di castrazione. Al di là di questo, la psicoanalisi, con
Lacan, ha formulato l’impossibilità che vi sia una norma del
rapporto tra i sessi. Se non vi è soddisfazione piena e se non vi è
una norma, a ciascuno non rimane che inventare una soluzione
particolare, che si fonda sul proprio sintomo. La soluzione di
ciascuno può essere più o meno tipica, più o meno fondata sulla
tradizione e sulle regole comuni. Essa può, invece, voler rientrare
nell’ambito della rottura o di una certa clandestinità. Ciò non
toglie che, nel suo fondo, la relazione tra i sessi non ha una
soluzione che possa essere “per tutti”. In questo senso, essa resta
marcata dal sigillo dell’incurabile e sempre vi sarà difetto. Il
sesso, nell’essere parlante, rientra nel “non tutto”.
Ottavo principio: La formazione dello psicoanalista non può
essere ridotta alle norme di formazione dell’università o delle
valutazioni delle acquisizioni della pratica. La formazione
analitica, da quando è stata stabilita come discorso, si fonda su di
un tripode: dei seminari di formazione teorica (para-universitari),
il proseguimento da parte del candidato psicoanalista di una
psicoanalisi sino al punto ultimo (da cui gli effetti di formazione),
la trasmissione pragmatica della pratica nelle supervisioni (conversazione
tra pari sulla pratica). Freud ha ritenuto, per un certo tempo, che
fosse possibile determinare una identità dello psicoanalista. Il
successo stesso della psicoanalisi, la sua internazionalizzazione,
le diverse generazioni che si sono succedute da un secolo a questa
parte hanno mostrato che questa definizione di una identità dello
psicoanalista era un’illusione. La definizione dello psicoanalista
include la variazione di tale identità. È questa stessa variazione.
La definizione dello psicoanalista non è un ideale, essa include la
storia della psicoanalisi stessa, e di quello che è stato chiamato
psicoanalista in contesti di discorso distinti.
La nomina di psicoanalista include delle componenti contraddittorie.
Ci vuole una formazione accademica, universitaria o equivalente, che
dipende dalla generale collazione dei gradi. Ci vuole un’esperienza
clinica che si trasmette nella sua particolarità sotto il controllo
di pari. Ci vuole l’esperienza radicalmente singolare della cura. I
livelli del generale, del particolare, del singolare sono eterogenei.
La storia del movimento psicoanalitico è quella delle divergenze e
delle interpretazioni di tale eterogeneità. Essa fa parte, pure lei,
della grande Conversazione della psicoanalisi che permette di dire
chi è psicoanalista. Questo dire si realizza tramite delle procedure
dentro delle comunità che sono le istituzioni psicoanalitiche. In
questo senso, lo psicoanalista non è solo, egli dipende, come il
motto di spirito, da un Altro che lo riconosca. Questo Altro non può
ridursi a un Altro normato, autoritario, regolamentare,
standardizzato. Lo psicoanalista è colui che afferma di aver
ottenuto dall’esperienza ciò che poteva attendersene e, dunque, che
afferma di aver superato una “passe”, così come l’ha chiamata Lacan.
Vi testimonia del superamento delle sue impasse. L’interlocuzione
tramite cui egli vuole ottenere un accordo su questa traversata si
fa dentro dei dispositivi istituzionali. Più profondamente, essa si
iscrive nella grande Conversazione della psicoanalisi con la civiltà.
Lo psicoanalista non è autistico. Non smette di rivolgersi
all’interlocutore benevolo, all’opinione illuminata, che egli
desidera commuovere e toccare a favore della causa psicoanalitica.
Traduzione: Adele Succetti

VERSO PIPOL 4
Jacques-Alain Miller
PIPOL3
sta or ora terminando e già lo sguardo si volge verso PIPOL4.
PIPOL3 ha testimoniato di un’epidemia che ha vinto, e che vince
tutti i giorni nel Campo freudiano, e che fa vibrare tutta la
comunità europea.
Entusiasmo inaspettato
Quattro anni fa veniva aperto a Parigi, finanziato dall’École de la
Cause freudienne, il CPCT, il Centro Psicoanalitico di Trattamenti e
Consulenze della rue de Chabrol. Se oggi ci sono una decina di CPCT
in Francia, diversi in Spagna, due in Italia, uno a Bruxelles, molti
in formazione, se una cinquantina di istituzioni hanno aderito a
RIPA, la nostra Rete d’Istituzioni di Psicoanalisi Applicata, se
tutto questo piccolo mondo è in piena attività, in piena crescita,
ciò non dipende da nessuna direttiva, da nessuna ingiunzione. A dire
il vero, quattro anni fa il CPCT di Parigi sembrava destinato a
essere un’iniziativa sperimentale, che verosimilmente sarebbe
rimasta a lungo solitaria, sino a che, con saggezza, alcuni comitati
scientifici non ne avessero tratto insegnamento. Un entusiasmo
inaspettato ha spazzato via tutto ciò. Le masse del Campo freudiano
si sono impossessate dell’idea e l’hanno trasformata in forza
materiale, hanno superato tutti gli ostacoli, portando alla luce
giacimenti insospettati di buona volontà, di disponibilità, di tempo
liberato, rivelando vocazioni, come se ciascuno si fosse detto:
“Finalmente ci siamo!” Come se facessimo finalmente ritorno
all’avvenire. Come se, grazie a noi, la psicoanalisi avesse stretto
una nuova alleanza con il tempo presente.
Nuovo paradigma
Siamo portati da questo grande movimento, che dobbiamo al contempo
delucidare, per sapere, se non altro, qual è il passo successivo sul
cammino di PIPOL.
Per giustificare ai nostri stessi occhi l’innovazione introdotta dal
CPCT, per riordinare le carte psicoanalitiche, siamo ricorsi a una
vecchia distinzione: quella fra psicoanalisi pura e psicoanalisi
applicata. Benissimo! È classica.
È assolutamente giusto lasciare intatta la psicoanalisi pura, poiché
alla formazione degli analisti continuano a imporsi le stesse
esigenze, la passe resta il nome con il quale noi pensiamo il vero
termine di un’analisi e ne pratichiamo la verifica.
L’innovazione in questione si è prodotta sul piano della
psicoanalisi applicata alla terapia. Era più rassicurante per noi
pensare così. Qui abbiamo introdotto un cambiamento di paradigma,
abbiamo intaccato parametri sino a prima costanti: la durata e il
pagamento. La durata è stata limitata e programmata, il pagamento è
stato soppresso. Attenzione però! Soppresso per il paziente ma
anche, sino ad ora perlomeno, per l’analista.
Senza dubbio la terapia breve era già stata praticata in
psicoanalisi e teorizzata – pensiamo ad esempio a uno dei nostri
predecessori, Franz Alexander – e anche il trattamento gratuito –
pensiamo al consultorio di Berlino ai tempi di Wilhelm Reich – ma,
per quel che ne so, non sono mai stati praticati su questa scala, né
con l’elaborazione clinica ad hoc che, da noi, ormai li accompagna.
Luogo Alfa
Sarebbe stato impossibile, se il nostro riferimento fosse rimasto il
concetto fossilizzato del setting, che s’identifica con lo studio
dove l’analista esercita privatamente la professione. Gli effetti
psicoanalitici non dipendono dal setting, ma dal discorso, vale a
dire dal fatto che alcune coordinate simboliche vengono stabilite da
parte di qualcuno che è analista e la cui qualità d’analista non
dipende dall’ubicazione dello studio, né dalla natura della
clientela, ma piuttosto dall’esperienza in cui egli si è impegnato.
Sono i concetti lacaniani dell’atto analitico, del discorso
analitico e della conclusione dell’analisi come passaggio
all’analista che ci hanno permesso di concepire lo psicoanalista
come un oggetto nomade e la psicoanalisi come una istallazione
portatile, che può spostarsi in contesti nuovi e, in particolare,
nelle istituzioni. I racconti di casi mostrano e dimostrano, mettono
in evidenza che effetti psicoanalitici propriamente detti si
producono anche dentro contesti istituzionali, se solo tale contesti
autorizzano lo stabilirsi di un luogo analitico. C’è un luogo
analitico possibile in istituzione, diciamo un Luogo Alfa.
Un Luogo Alfa non è un luogo d’ascolto. Oggi si chiama luogo
d’ascolto un posto in cui un soggetto viene invitato a cianciare
invettive sguaiate a torto e a traverso. Si dice che il fatto di
esprimersi a parole dia sollievo. Un Luogo Alfa è un luogo di
risposta, un luogo in cui la chiacchiera prende il risvolto
dell’interrogativo, e l’interrogativo stesso prende il risvolto
della risposta. C’è Luogo Alfa solo a condizione che, con
l’operazione dell’analista, la chiacchiera riveli di contenere il
tesoro di un senso altro che vale come risposta, che vale cioè come
un sapere detto inconscio. Questo mutamento della chiacchiera
dipende da quel che chiamiamo transfert, che permette all’evento
interpretativo di aver luogo, l’evento interpretativo che divide un
prima e un dopo, come diciamo classicamente.
Perché vi sia Luogo Alfa, è necessario ed è sufficiente che si
stabilisca il ciclo tramite cui “l’emittente riceve dal ricevente il
proprio messaggio in forma invertita”(1); in questo modo il soggetto
si trova collegato con il sapere supposto di cui ignorava di esser
sede lui stesso.
Collegamento, ricollegamento
L’affiorare di un tale istante di sapere deve essere severamente
controllato, poiché è una scintilla che può dar fuoco a tutto,
intendo dire che, in un soggetto, può attizzare l’incendio di un
delirio interpretativo generalizzato. Per assicurarsi quindi che gli
operatori siano capaci di realizzare una distribuzione ponderata
degli effetti psicoanalitici, dosati in base alle capacità del
soggetto di sopportarli, s’impone nel Luogo Alfa una selezione
drastica. Analogamente, gli operatori nel Luogo Alfa non possono
astenersi dal praticare l’arte della diagnosi rapida. Di regola
questo compito, nei nostri CPCT, è affidato agli analisti più
esperti, più agguerriti, che devono formulare una prescrizione
dettagliata.
In questo si scorge subito ciò che ha appassionato nella pratica
degli effetti terapeutici rapidi: l’alto grado di padronanza clinica
che richiede, la mobilitazione immediata del sapere preliminarmente
accumulato sia attraveerso lo studio dei testi sia attraverso
l’esperienza effettiva, la valutazione istantanea e l’assunzione
ragionata del rischio clinico. Abbiamo così potuto constatare che un
collegamento, anche fugace, con il sapere supposto, che noi
chiamiamo per ipotesi inconscio, si traduce di regola in un
ricollegamento con quello che tradizionalmente si chiama il discorso
dell’Altro.
Prendo le distanze, le prendo per tutti noi, da questa formulazione.
“L’Altro maiuscolo“, questa designazione è una approssimazione,
poiché non si tratta di un’istanza unificata, non è un monolito. In
questo senso non ho obiezioni a parlare di un ricollegamento con la
realtà sociale.
Operazione verità
Cos’è il sociale che abbiamo fatto figurare nel titolo di PIPOL3?
Innanzi tutto è un termine passe-partout, un termine paricolarmente
comodo, che fa da interfaccia tra il linguaggio delle autorità
politiche e amministrative e il nostro, a costo, senza dubbio, di un
equivoco. Il segreto, il nostro, è che noi non facciamo alcuna
differenza tra la realtà psichica e la realtà sociale. La realtà
psichica è la realtà sociale.
Nell’ultimissimo insegnamento di Lacan, si trova questa proposizione
provocatoria: “La nevrosi dipende dalle relazione sociali”. (2) Per
togliere ogni aspetto di paradosso a quanto ho appena affermato
basta ricordare che alla base della realtà sociale c’è il
linguaggio. Con questo intendiamo la struttura che, per effetto
della routine del legame sociale, emerge dalla lingua che parliamo.
È la routine sociale a fare in modo che il significato possa
conservare il senso, quel senso che è dato dalla sensazione che
ciascuno ha di “far parte del proprio mondo, vale a dire della
propria famigliola e di quanto vi gira intorno”. (3)
Gli psicoanalisti che esercitano nei Luoghi Alfa sono certo in presa
diretta sul sociale, incarnano per questo il sociale e restituiscono
il legame sociale ai soggetti che accolgono. È ciò che giustifica il
titolo di PIPOL 3. I soggetti che accolgono invece non sono più, per
l’appunto, in presa diretta sul sociale, perché sono, invece, in una
situazione di mancata presa. Non è forse proprio quel che è ora
opportuno metterre a tema, e cioè la situazione di mancata presa
sociale?
Si capisce l’entusiasmo che può prendere gli psicoanalisti che
esercitano nei Luoghi Alfa, nei CPCT, nelle istituzioni RIPA, per il
fatto di veder spazzate via le mediazioni che, di solito, velano la
posizione dell’analista, velano all’analista che è in presa diretta
sul sociale. Un analista può funzionare solo se è in presa diretta
sul sociale ma, nel suo studio, può misconoscerlo e può alimentare
le dolci fantasticherie – Schwarmerei – della propria
extraterritorialità.
Spesso si cita questa parola pronunciata da Lacan come se ne avesse
fatto l’elogio, mentre, ovviamente, l’ha usata in senso ironico.
Quando il Luogo Alfa emigra dallo studio verso l’istituzione, la
verità che si denuda mostra la strutturale socialità della posizione
e dell’atto analitici. Arriverò persino a dire che il successo dei
CPCT e, più ampiamente, quello delle istituzioni RIPA, è il successo
di questa “operazione verità“. È ciò su cui si fonda quel che, in
questi giorni, ho inteso come un “Finalmente ci siamo!”.
Una base psicoanalitica del sintomo
Quando si parla di psicoanalisi pura e di psicoanalisi applicata
s’intende che i risultati della prima sono investiti nella seconda.
È esatto ed è innanzi tutto il caso proprio dell’analista, in quanto
è il risultato della sua stessa analisi che, invece, non è né breve
né programmata né gratuita. Non trascuriamo però il fatto che c’è un
effetto di ritorno. La psicoanalisi applicata, quella che noi
pratichiamo, ha un’incidenza sulla psicoanalisi pura che andrà via
via crescendo.
Lo possiamo cogliere già nella clinica della psicosi ordinaria,
senza esordio, dove gli effetti della preclusione non sono
spettacolari, diversamente dai deliri e dalle allucinazioni, ma si
traducono in segni più discreti, con fenomeni elementari talvolta
minimi, sono scollegamenti successivi dalla famiglia e da tutto
quello che vi gira attorno: le relazioni sociali, il mondo.
La psicoanalisi applicata avrà conseguenze anche sulla teoria della
cura. La programmazione dei trattamenti brevi rende l’analista più
attento a quanto viene acquisito in ogni seduta, una per una, mentre
la Durcharbeitung dell’esperienza pura – la rielaborazione come
viene tradotta –, il tempo per comprendere prolungato imposto
dall’analisi pura ha come effetto naturale l’abrasione di tale
dettaglio, addirittura il fatto di renderlo impercettibile
all’analista. Quelle che, talvolta, meritano d’essere chiamate le
micro-cure condotte nei Luoghi Alfa avranno l’effetto di affinare la
vigilanza degli analisti nella direzione della cura analitica
propriamente detta.
In terzo luogo, ricordo che i nostri Luoghi Alfa istituzionali ora
sono, almeno in parte, sovvenzionati da alcune amministrazioni e lo
saranno sempre di più. S’impone allora un’esigenza naturale, e cioè
quella di render conto ai loro sponsor. Questi ultimi vogliono
cifre, vogliono il quantitativo, il numerico. Vogliono risultati da
far passare dentro le statistiche, dentro le macchine
d’archiviazione, dentro i computer. Ci offrono già i servizi dei
loro ingegneri.
Possiamo sostenere di operare con il sapere supposto e che il sapere
esposto snatura la nostra operazione. Possiamo dire, sospirando, che
è scocciante compilare le schede che ci richiedono. Propongo di
prendere le cose in modo diversamo, di prenderele cioè come
l’opportunità di far passare la nostra clinica, le sue diagnosi, i
suoi avvistamenti, nel circuito della comunicazione comune; il che
significa innanzi tutto farla passare nel registro della
trasmissione integrale, quello che Lacan ha chiamato il matema.
Il matema, non è solo l’uso di S/, a, S1, S2, e così via. L’esigenza
degli sponsor deve essere per noi l’opportunità di formalizzare la
nostra clinica e, perché no, di rivaleggiare con il DSM. Perché non
creare la BPS? Chi può dubitare che la costituzione di una “base
psicoanalitica del sintomo”, passibile di quantificazione, possa
avere effetti molto favorevoli sulla qualità della trasmissione
clinica, ivi compresa quella più sfumata? Sono forse l’unico a
desiderare un’armatura matematica più consistente di quella di cui
noi disponiamo? Non credo.
Disinserimento
Il passo successivo, nella serie dei PIPOL, s’impone logicamente. E’
opportuno passare allo studio tematico, differenziale, graduato,
delle situazioni soggettive di mancata presa sociale.
La mancata presa sociale ha un nome comune, nel linguaggio
amministrativo contemporaneo: disinserimento. Questo termine è stato
scelto come titolo del progetto di ricerca RIPA a livello europeo.
(4) Vedo PIPOL 4 come una scansione in questa ricerca. Da qui il
titolo che propongo: “Clinica e pragmatica del disinserimento in
psicoanalisi”.
Dico clinica perchè, ovviamente, abbiamo cose da dire e a cui dare
ordine per quanto riguarda i fondamenti psicoanalitici del
disinserimento, dove potremo investire i nostri risultati
concernenti la psicosi ordinaria, in particolare ciò che ruotra
intorno a quella che Hugo Freda ha chiamato “la precarietà
simbolica”. Potremo senza dubbio portare qualcosa di nuovo sul
rifiuto scolastico, per esempio, poiché il significante-padrone
sull’autorità, e l’S2 sul sapere, ci forniscono idee che possono
essere comunicate. Dico pragmatica, invece che trattamento o cura,
perchè qui siamo sul terreno del saperci-fare, dello “sbrogliarsela
con”.
Il grande movimento che ci porta dipende dal fatto che la
psicoanalisi si è mostrata, e si mostra ancora, in ritardo rispetto
a se stessa. La psicoanalisi, la cui pratica implica il crollo di
tutte le parvenze, che mette in opera un potente principio, quasi
socratico, d’ironia, resta spesso attaccata a credenze obsolete, si
rifugia in una extraterritorialità immaginaria. Non si riconosce più
in un universo contemporaneo che, tuttavia, più di altri ha
contribuito a far emergere e, nei soui rappresentanti meno
simpatici, in quelli più ignoranti, piange sul Nome-del-Padre
sognando di ristabilirne il regno. Nostalgia del momento freudiano
della psicoanalisi, quando regnava ancora un ordine sociale
autoritario, gerarchico, regolamentare, addirittura disciplinare, e
in cui la psicoanalisi era ancora in bozzolo, a difendere il diritto
a godere.
Era l’epoca in cui l’inserimento sociale veniva realizzato
fondamentalmente tramite l’identificazione simbolica. Uno
psicoanalista poteva allora esaltare la liberazione del desiderio,
la salvezza attraverso la pulsione. Ora siamo nell’epoca in cui
l’Altro non esiste più. Allo “zenit sociale” vi è l’oggetto a che lo
ha sostituito. L’inserimento, più che attraverso l’identificazione,
si realizza attraverso il consumo. Il sogno, più che la liberazione,
è la soddisfazione. E la realtà sociale è dominata dal
mancato-godere. Ne deriva la voga delle dipendenze, che non è
riguarda semplicemente le pratiche: tutto diventa dipendenza nel
comportamento sociale, tutto assume uno stile dipendente.
Nelle dipendenze, come nel consumo frenetico dei plusgodere che la
tecnologia moltiplica e mette sul mercato a ritmo sempre più rapido,
si deve riconoscere uno sforzo disperato per risarcire una carenza
di soddisfazione che è di struttura.
Momento pragmatico
È la chiave di lettura dello scontro di civiltà. Viene chiamata così
essenzialmente l’opposizione, l’incompatibilità tra la civiltà
religiosa e la civiltà fondata sul mercato, tra la civiltà dominata
dall’ideale dell’io e quella dominata, per la precisione, dal
superio, il cui imperativo si formula godersi, tra la civiltà del
rispetto e la nostra, che è quella dell’ingordigia. La civiltà
fondata sul mercato stigmatizza quella dell’ideale dell’io come
fanatismo ed essa è a sua volta stigmatizzata come perversione,
corruzione, depravazione, Godimento-pride. (5) Tra le due vi è
quell’enigmatica mescolanza che è la Cina odierna, dove si osservano
al contempo un controllo autoritario dell’ideale e una straordinaria
disinibizione del consumo.
Perché degli psicoanalisti in questi tempi di disagio? Non per
condividere il disagio. Il buon umore che ha regnato in queste
Giornate testimonia che non è il nostro stile. Non lasciarsi
abbindolare dalla soddisfazione illusoria dei plusgodere non
significa comunque attestarsi nel rifiuto dell’anima bella e
lanciare anatemi contro la realtà sociale contemporanea. La missione
che ci spetta in questo mondo è riconoscere e delucidare la
diversità umana, la diversità dei modi-di-godere della specie.
Questo impone di riallacciarsi allo spirito della psicoanalisi ai
suoi albori, quando gli psicoanalisti sapevano ancora sacrificare
alla psicoanalisi le parvenze della rispettabilità. La psicoanalisi
allora sapeva che, per essere assolutamente rigorosa, doveva essere
un po’ mascalzona.
Ho parlato del momento freudiano, che è dietro di noi. Lo è
ugualmente il momento lacaniano; esso è stato al tempo stesso, in
una congiunzione barocca, esistenzialista e strutturalista, vale a
dire scientista. Lacan stesso ha lasciato questo momento dietro di
sé e ha abbozzato per noi la configurazione del momento
contemporaneo, che è pragmatico. Sì, siamo pragmatici, come tutti
oggi; siamo tuttavia a parte, siamo dei pragmatici paradossali, che
non hanno il culto del funziona. Il funziona non funziona mai. Il
nostro buon umore viene sicuramente dal fatto che sappiamo che fa
cilecca, ma noi riteniamo di far cilecca nel modo giusto.
Siamo persuasi che c’è bisogno di noi.
* Trascrizione, corredata di note da Catherine Bonningue,
dell’intervento di J.-A. Miller in chiusura delle Giornate PIPOL 3
che si sono svolte a Parigi il 30 giugno e il 1° luglio 2007 sul
tema “Psicoanalisi in presa diretta sul sociale”. Riletta da
Jacques-Alain Miller.
(1) J. Lacan, “Funzione e campo della parola e del linguaggio in
psicoanalisi” (1953), in Scritti, Einaudi, Torino, 1974, p. 291.
(2) J. Lacan, Le Séminaire, livre XXIV, L’insu que sait de
l’une-bévue s’aile à mourre (1976-77), lezione del 17 maggio 1977;
cfr J.-A. Miller, “Le tout dernier Lacan” (2006-07), L’orientation
lacanienne III, 9, lezioni del 14 e del 21 marzo 2007.
(3) Cfr. J. Lacan, Il Seminario. Libro XX, Ancora (1972-73),
Einaudi, Torino, 1983, cap. IV.
(4) Questo tema è stato scelto durante la riunione RIPA del 30
giugno 2007 e deve essere messo in opera da un nuovo comitato
animato da Hugo Freda, mentre delle ricerche sul programma
informatico clinico delle nostre istituzioni saranno riunite da una
commissione diretta da Jean-Daniel Matet.
(5) Allusione al Gay Pride che si svolgeva quella sera, il 30 giugno
2007.
Traduzione: Adele Succetti
Revisione di Marco Focchi

|