ATTO DI FONDAZIONE

21  GIUGNO 1964

JACQUES LACAN


PRINCIPI DIRETTIVI DELL'ATTO PSICOANALITICO

ÉRIC LAURENT


VERSO PIPOL 4

JACQUES-ALAIN MILLER


 

 

 

ATTO DI FONDAZIONE

21 Giugno  1964


Jacques Lacan

 

Fondo – solo come sono sempre stato nella mia relazione con la causa psicoanalitica – l' École Française de Psychanalyse , di cui, per i prossimi quattro anni, dei quali niente al presente mi vieta di rispondere, garantirò personalmente la direzione.
Questo titolo rappresenta nelle mie intenzioni l'organismo dove deve svolgersi un lavoro – che nel campo aperto da Freud restauri il vomere affilato della verità – che riconduca la prassi originale da lui istituita con il nome di psicoanalisi a quel che al mondo le spetta – che con una critica assidua vi denunci le deviazioni e i compromessi che smorzano il suo progresso degradando il suo impiego.
Questo obiettivo di lavoro è indissociabile da una formazione che deve essere impartita in questo movimento di riconquista. Vale a dire che vi sono abilitati a pieno diritto coloro che io stesso ho formato, che vi sono invitati tutti coloro che possono contribuire a mettere alla prova quel che vi è di ben fondato in questa formazione.
Quanti verranno in questa École si impegneranno a svolgere un lavoro sottoposto a un controllo interno ed esterno. È loro garantito in cambio che niente sarà risparmiato affinché tutto quel che faranno di valido abbia risonanza che merita, e al posto che converrà.
Per lo svolgimento del lavoro, adotteremo il principio di una elaborazione sostenuta in un piccolo gruppo. Ciascun gruppo (abbiamo un nome per designare questi gruppi) sarà composto da un minimo di tre persone, da un massimo di cinque, quattro e la misura giusta. Più una incaricata della selezione, della discussione e dell'esito da riservare al lavoro di ciascuno.
Dopo un certo tempo di attività, gli elementi di un gruppo si vedranno proporre di cambiare in un altro.
Il compito direttivo non costituirà un titolo territoriale dove il servizio reso si capitalizzerebbe ai fini dell'accesso a un grado superiore, e nessuno dovrà considerarsi retrocesso per il fatto di rientrare nei ranghi di un lavoro di base.
Questo perché ogni impresa personale rimetterà il suo autore alle condizioni di critica e di controllo cui sarà sottoposto nell' École ogni lavoro da proseguire.
Ciò non implica affatto una gerarchia a testa in giù, ma un'organizzazione circolare il cui funzionamento, facile da programmare, si consoliderà con l'esperienza.
Costituiamo tre sezioni che garantirò procedano con due collaboratori per ciascuna che mi affiancheranno.
1. Sezione di psicoanalisi pura , ossia prassi e dottrina della psicoanalisi propriamente detta, la quale altro non è – e sarà stabilita a suo luogo – che la psicoanalisi didattica.
I problemi urgenti da porre su tutti gli sbocchi della didattica, troveranno qui modo di aprirsi la via tramite un confronto che si terrà tra persone con esperienza della didattica e che hanno candidati in formazione. Poiché la sua ragione d'essere è fondata su qualcosa che non è il caso di velare: il bisogno che risulta dalle esigenze professionali ogni volta che portano l'analizzato in formazione ad assumersi una responsabilità, anche minima, analitica.
Nell'ambito di questo problema e come suo caso particolare deve situarsi quello dell'entrata in controllo. Questo caso è un preludio da definire con criteri diversi dall'impressione di tutti e dal pregiudizio di ciascuno. Perché si sa che attualmente questi sono la sua unica legge, quando la violazione della regola implicata nell'osservanza delle sue forme è permanente.
Dall'inizio in ogni caso un controllo qualificato sarà garantito a chi pratica essendo in formazione nella nostra École.
Saranno proposti allo studio in tal modo stabilito i tratti con i quali io stesso rompo con gli standard sostenuti nella pratica didattica, come anche gli effetti imputati al mio insegnamento sul corso delle mie analisi, quando è il caso che i miei analizzati vi assistano a titolo di allievi. Vi saranno incluse, se occorre, le sole impasse che si possono considerare relative alla mia posizione in una simile École , ovvero quelle che l'induzione stessa cui mira il mio insegnamento potrebbe generare nel mio lavoro.
Questi studi, la cui punta è la messa in questione della routine stabilita, saranno raccolti dal direttivo della sezione che baderà alle vie opportune per sostenere gli effetti della loro sollecitazione.
Tre sottosezioni:
- Dottrina della psicoanalisi pura.
- Critica interna della sua prassi come formazione.
- Controllo degli psicoanalisti in formazione.
Pongo infine a principio della dottrina che questa sezione, la prima, come anche quella di cui dirò la destinazione al titolo 3, non si limiterà alla qualifica medica per quanto riguarda il reclutamento, poiché la psicoanalisi pura non è in sé una tecnica terapeutica.
2. Sezione di psicoanalisi applicata , che vuol dire di terapia e di clinica medica.
Vi saranno ammessi gruppi di medici, vi facciano parte o no soggetti psicoanalizzati, nella misura in cui siano minimamente in grado di contribuire all'esperienza psicoanalitica; con la critica delle sue indicazioni nei suoi risultati – mettendo alla prova i termini categorici e le strutture che vi ho introdotto come sostegno del drittofilo della prassi freudiana, mettendoli cioè alla prova con l'esame clinico, con le definizioni nosografiche, con la posizione stessa dei progetti terapeutici.
Anche qui tre sottosezioni:
- Dottrina della cura e sue varianti.
- Casistica.
- Informazione psichiatrica e sondaggio medico.
Un direttivo per aumentare ogni lavoro come dell' École , e tale che la sua composizione escluda ogni conformismo preconcetto.
3. Sezione inventario del Campo freudiano . Garantirà innanzitutto il resoconto e la recensione di quanto in questo Campo offrono le pubblicazioni che vi si pretendono autorizzate.
Lavorerà a mettere in luce i principi dei quali la prassi analitica deve ricevere nella scienza il suo statuto. Statuto che per quanto particolare occorre infine riconoscerlo, non potrebbe essere quello di un'esperienza ineffabile.
Chiamerò infine ad aggiornare la nostra esperienza, come a comunicarla, quanto dello strutturalismo instaurato in certe scienze può chiarire quello la cui funzione ho dimostrato nella nostra – in senso inverso chiamerò quanto nella nostra soggettivazione queste stesse scienze possono trarre come ispirazione complementare.
Al limite, è richiesta una prassi della teoria, senza la quale l'ordine di affinità delineato dalle scienze che chiamiamo congetturali resterà alla mercé di questa deriva politica che si innalza sull'illusione di un condizionamento universale.
Dunque ancora tre sottosezioni:
- Commento continuo del movimento psicoanalitico.
- Articolazione con le scienze affini.
- Etica della psicoanalisi, che è la prassi della sua teoria.
I fondi finanziari, costituiti innanzitutto dai membri dell' École , dalle sovvenzioni che essa eventualmente otterrà, o dalle prestazioni che garantirà come École , saranno interamente riservati al suo sforzo di pubblicazione.
In primo luogo un annuario raccoglierà i titoli e i riassunti dei lavori dell' École , indipendentemente da dove siano stati pubblicati; nell'annuario figureranno, semplicemente ne abbiano fatta domanda, tutti coloro che abbiano svolto una funzione.
Si aderirà all' École presentandosi in un gruppo di lavoro costituito nel modo suddetto.
L'ammissione sarà inizialmente decisa da me senza che io tenga conto della posizione che chiunque possa aver preso in passato nei miei confronti, certo come sono che non sarò io ad avercela con quanti mi hanno lasciato, ma che saranno loro ad avercela sempre di più con me non potendo tornare.
D'altra parte la mia risposta concernerà solo quello che potrò presumere o constatare riguardo ai titoli di valore del gruppo e del posto che intenderà occupare per cominciare.
L'organizzazione dell' École sul principio di rotazione così come ho indicato, sarà definita a cura di una commissione scelta da una prima assemblea plenaria che si terrà entro un anno. Questa commissione la elaborerà sulla base dell'esperienza svoltasi alla scadenza del secondo anno, quando una seconda assemblea dovrà approvarla.
Non è necessario che le adesioni ricoprano l'insieme di questo piano perché esso funzioni. Non ho bisogno di una lista numerosa, ma di gente che voglia lavorare, come già da ora so essercene.
Nota aggiunta
Questo atto di fondazione non tiene in nessun conto semplici abitudini. È parso comunque opportuno lasciare aperte alcune questioni per quanti sono ancora sorretti da queste abitudini.
Una guida per l'utente, in sette titoli, dà qui le risposte più sollecitate – a partire da cui si supporranno i problemi che esse dissipano.
1. Il didatta
Uno psicoanalista è didatta per aver fatto una o più analisi che si sono rivelate didattiche.
È un'abilitazione di fatto, che in realtà ha sempre avuto luogo in questo modo e che rileva unicamente di un annuario che sancisce dei fatti, senza nemmeno pretendere di essere esaustivo.
L'usanza del consenso tra pari è resa caduca dal momento che una Società ha potuto utilizzare l'introduzione della cosiddetta ‘lista', permessa di recente, per dei fini che misconoscono patentemente le stesse condizioni dell'analisi da intraprendere come dell'analisi in corso.
Condizioni di cui quella essenziale è che l'analizzato sia libero di scegliere il proprio analista.
2. La candidatura alla Scuola
Una cosa è la candidatura a una Scuola, un'altra la qualifica di psicoanalisi didattica.
La candidatura alla Scuola esige una selezione che va regolata sui suoi obbiettivi di lavoro.
All'avvio questo incarico sarà svolto da un semplice comitato di accoglimento, detto Cardo , cioè cardine in latino, cosa che ne indica lo spirito.
Ricordiamo che la psicoanalisi didattica è richiesta solo per la prima sezione della Scuola, anche se è auspicabile per tutte.
3. La psicoanalisi didattica
La qualifica di psicoanalisi didattica si è effettuata, fino a ora, attraverso una selezione che è sufficiente giudicare partendo dalla constatazione che essa, da quando vige, non ha permesso di articolare nessuno dei suoi principi.
Nessuno ha più la possibilità di distaccarsene in futuro, salvo rompere prima di tutto con una usanza che si espone alla derisione.
Il solo principio certo da porre, tanto più in quanto misconosciuto, è che la psicoanalisi si costituisce come didattica per il volere del soggetto, e che egli deve essere avvertito che l'analisi contesterà questo volere, man mano che si avvicina il desiderio che esso nasconde.
4. La psicoanalisi didattica nella partecipazione alla Scuola
Quanti intraprendono una psicoanalisi didattica lo fanno di testa propria e per loro scelta.
Il titolo 1 di questa nota implica anche che essi possano essere in posizione tale d'autorizzare il loro psicoanalista come didatta.
Tuttavia l'ammissione alla Scuola impone loro la condizione che si sappia che essi si sono ingaggiati in tale impresa, dove e quando.
Perché la Scuola, dal momento in cui il soggetto entra in analisi, deve vagliare questo fatto assieme alla responsabilità che essa non può declinare circa le sue conseguenze.
È una costante che la psicoanalisi abbia effetti su ogni pratica del soggetto che vi si ingaggia. Quando tale pratica procede, per quanto poco sia, da effetti psicoanalitici si dà il caso che li generi, là dove si tratta di riconoscerli.
Come non vedere che il controllo s'impone a partire da questi effetti e prima di tutto per proteggere colui che vi giunge in posizione di paziente.
Qui è in gioco qualcosa di una responsabilità che la realtà impone al soggetto, quando pratica la psicoanalisi, di prendersi i suoi rischi.
Fingere di ignorare questo fatto è l'incredibile funzione che viene conservata nella pratica dell'analisi didattica: si ritiene che il soggetto non pratichi la psicoanalisi, o si considera che egli, facendo questo, violi una regola di prudenza, o di onestà. D'altra parte, è noto che non è affatto al di fuori dei limiti di ciò che accade che, nell'osservare questa regola, il soggetto finisca per venire meno alla sua funzione.
La Scuola non può esentarsi da questo stato di cose disastroso, in nome del lavoro che essa deve garantire.
È per questa ragione che essa assicurerà i controlli, che si addicono alla situazione di ciascuno, facendo fronte a una realtà, di cui l'accordo dell'analista entra a far parte.
Viceversa, una soluzione insufficiente motiverà per essa una rottura del contratto.
5. L'inserimento nella Scuola
Attualmente si entra nella Scuola attraverso due vie.
1. Il gruppo costituito per scelta reciproca secondo l'atto di fondazione e che si chiamerà un cartello , si presenta alla mia approvazione con il titolo del lavoro che ciascuno intende perseguirvi.
2. Gli individui che vogliono farsi conoscere con qualsivoglia progetto, troveranno la strada giusta presso un membro del Cardo : i nomi dei primi che ne hanno accettato l'incarico dietro mia domanda, verranno pubblicati prima del 20 luglio. Io stesso indirizzerò chi me lo domanderà a uno di loro.
6. Lo statuto della Scuola
La mia personale direzione è provvisoria, benché l'abbia promessa per quattro anni, che mi sembrano necessari all'avvio della Scuola.
Se lo statuto giuridico della Scuola è fin d'ora quello di una associazione dichiarata secondo la legge del 1901, crediamo di dover, prima di tutto, far passare nel suo movimento lo statuto interno che sarà proposto, entro un termine fissato, all'approvazione di tutti.
Ricordiamo che la peggiore obiezione che si possa fare alle Società, nella loro forma esistente, è che esse causano nei migliori l'inaridimento del lavoro, manifestatosi fin nella qualità.
Il successo della Scuola si misurerà all'uscita dei lavori che siano recepibili al loro posto.
7. La Scuola come esperienza inaugurale
Pensiamo che questo aspetto s'imponga a sufficienza nell'atto di fondazione e lasciamo a ciascuno di scoprirne le promesse e gli ostacoli.
A quanti possono interrogarsi su ciò che mi guida, sveleremo la ragione.
L'insegnamento della psicoanalisi non può trasmettersi da un soggetto ad un altro che attraverso un transfert di lavoro.
I ‘Seminari', compreso il nostro corso all' École des Hautes Études , non fonderanno nulla se non rinviando a questo transfert. Nessuno strumento dottrinale, in particolare il nostro, per quanto possa essere propizio alla direzione del lavoro, può pregiudicare le conclusioni che ne saranno il resto.

 


 

 

 

PRINCIPI DIRETTIVI DELL'ATTO PSICOANALITICO

 

Éric Laurent

 

 

Primo principio: La psicoanalisi è una pratica della parola. I due partner sono l’analista e l’analizzante, riuniti in presenza nella stessa seduta psicoanalitica. L’analizzante parla di quello che lo porta lì, la sua sofferenza, il suo sintomo. Tale sintomo è articolato alla materialità dell’inconscio, fatto di cose dette al soggetto, che gli hanno fatto male, e di cose impossibili da dire che lo fanno soffrire. L’analista punteggia quello che dice l’analizzante e gli permette d’intessere la stoffa del suo inconscio. I poteri del linguaggio e gli effetti di verità che permette, quella che si chiama interpretazione, è il potere stesso dell’inconscio. L’interpretazione si manifesta sia sul lato dell’analizzante sia sul lato dell’analista. Tuttavia, l’uno e l’altro non hanno lo stesso rapporto con tale inconscio dato che uno ha già effettuato l’esperienza, l’altro invece no.

Secondo principio: La seduta psicoanalitica è un luogo in cui possono allentarsi le identificazioni più stabili con cui il soggetto è fissato. Lo psicoanalista autorizza questa distanza nei confronti delle abitudini, delle norme, delle regole a cui l’analizzante si assoggetta al di fuori della seduta. Egli autorizza l’interrogarsi radicale sui fondamenti dell’identità di ognuno. Può temperare la radicalità di tale interrogazione tenendo conto della particolarità clinica del soggetto che si rivolge a lui. Non tiene conto di nient’altro. È ciò che definisce la particolarità del posto dello psicoanalista, colui che sostiene l’interrogarsi, l’apertura, l’enigma nel soggetto che va a trovarlo. Egli non si identifica, quindi, a nessuno dei ruoli che il suo interlocutore vuole fargli giocare, né a nessun magistero o ideale già presente nella civiltà. In un certo senso, l’analista è colui che non può essere assegnato a nessun altro posto che non sia quello della questione sul desiderio.

Terzo principio: L’analizzante si rivolge all’analista. Gli attribuisce dei sentimenti, delle credenze, delle attese in reazione a quanto egli dice e desidera agire sulle credenze e sulle attese che egli anticipa. La decifrazione del senso, negli scambi tra analizzante e analista, non è l’unica cosa in gioco. Vi è ciò a cui mira colui che dice. Si tratta di recuperare qualcosa di perduto presso tale interlocutore. Questo recupero d’oggetto dà la chiave del mito freudiano della pulsione. Essa fonda il transfert che annoda i due partner. La formula di Lacan secondo cui il soggetto riceve dall’Altro il suo proprio messaggio in forma invertita include sia il deciframento sia la volontà di agire su colui a cui ci si rivolge. In ultima istanza, quando l’analizzante parla, egli vuole, al di là del senso di quello che dice, raggiungere nell’Altro il partner delle sue attese, delle sue credenze e dei suoi desideri. Ciò a cui mira è il partner del suo fantasma. Lo psicoanalista, illuminato dall’esperienza sulla natura del proprio fantasma, ne tiene conto. Si guarda dall’agire in nome di quest’ultimo.

Quarto principio: Il legame del transfert presuppone un luogo, il “luogo dell’Altro”, come dice Lacan, che non è regolato da nessun altro particolare. È quello in cui l’inconscio può manifestarsi nella più grande libertà di dire e, dunque, di provarne gli inganni e le difficoltà. È pure il luogo in cui le figure del partner del fantasma possono dispiegarsi nei loro giochi di specchi più complessi. Per questo motivo la seduta psicoanalitica non sopporta il terzo e il suo sguardo esterno al processo stesso che è in gioco. Il terzo si riduce a questo luogo dell’Altro. Questo principio esclude, dunque, l’intervento dei terzi autoritari che vogliono assegnare un posto a ciascuno come pure uno scopo già stabilito al trattamento psicoanalitico. Il terzo valutatore si iscrive nella serie dei terzi, la cui autorità lo afferma dall’esterno di quello che è in gioco tra l’analizzante, l’analista e l’inconscio.

Quinto principio: Non esiste cura standard, non esiste un protocollo generale che governerebbe la seduta e la cura psicoanalitica. Freud ha preso la metafora degli scacchi per indicare che vi erano solo delle regole o dei tipi di inizio o di fine di partita. Certo, da Freud in poi, gli algoritmi che formalizzano gli scacchi hanno aumentato la loro potenza. Legati alla potenza di calcolo del computer essi permettono a una macchina di battere un giocatore umano. Questo non cambia il fatto che la psicoanalisi, contrariamente agli scacchi, non può presentarsi sotto forma algoritmica. Lo vediamo per Freud stesso, che ha trasmesso la psicoanalisi con l’ausilio di casi particolari: l’Uomo dei topi, Dora, il piccolo Hans, ecc. A partire dall’Uomo dei lupi, il racconto della cura è entrato in crisi. Freud non poteva più far tenere, nell’unità di un racconto, la complessità dei processi in gioco. Lungi dal potersi ridurre a un protocollo tecnico, l’esperienza della psicoanalisi non ha che una regolarità: quella dell’originalità dello scenario tramite il quale si manifesta la singolarità soggettiva. La psicoanalisi non è, dunque, una tecnica ma un discorso che incoraggia ciascuno a produrre la propria singolarità, la propria eccezione.

Sesto principio: La durata della cura e lo svolgimento delle sedute non possono essere standardizzate. Le cure di Freud hanno avuto delle durate molto variabili. Ci sono state cure di una seduta, come la psicoanalisi di Gustav Mahler. Ci sono pure state cure di quattro mesi, come quella del piccolo Hans, di un anno, come quella dell’Uomo dei topi, di diversi anni, come quella dell’Uomo dei lupi. Da allora lo scarto e la diversificazione non hanno smesso di accrescersi. Inoltre, l’applicazione della psicoanalisi, al di là dello studio, nei dispositivi in cui si distribuiscono cure, ha contribuito alla varietà delle durate della cura psicoanalitica. La varietà dei casi clinici e delle età della vita a cui la psicoanalisi è stata applicata permette di ritenere che la durata della cura ora sia definita al massimo come “su misura”. Una cura è condotta sino a che l’analizzante sia sufficientemente soddisfatto di ciò di cui ha fatto l’esperienza per lasciare l’analista. Ciò che si ha di mira non è l’applicazione di una norma, ma un accordo del soggetto con se stesso.

Settimo principio: La psicoanalisi non può determinare ciò che ha di mira e la sua fine in termini di adattamento della singolarità del soggetto a delle norme, a delle regole, a delle determinazioni standard della realtà. La scoperta della psicoanalisi è anzitutto quella dell’impotenza del soggetto a raggiungere la piena soddisfazione sessuale. Tale impotenza è designata con il termine di castrazione. Al di là di questo, la psicoanalisi, con Lacan, ha formulato l’impossibilità che vi sia una norma del rapporto tra i sessi. Se non vi è soddisfazione piena e se non vi è una norma, a ciascuno non rimane che inventare una soluzione particolare, che si fonda sul proprio sintomo. La soluzione di ciascuno può essere più o meno tipica, più o meno fondata sulla tradizione e sulle regole comuni. Essa può, invece, voler rientrare nell’ambito della rottura o di una certa clandestinità. Ciò non toglie che, nel suo fondo, la relazione tra i sessi non ha una soluzione che possa essere “per tutti”. In questo senso, essa resta marcata dal sigillo dell’incurabile e sempre vi sarà difetto. Il sesso, nell’essere parlante, rientra nel “non tutto”.

Ottavo principio: La formazione dello psicoanalista non può essere ridotta alle norme di formazione dell’università o delle valutazioni delle acquisizioni della pratica. La formazione analitica, da quando è stata stabilita come discorso, si fonda su di un tripode: dei seminari di formazione teorica (para-universitari), il proseguimento da parte del candidato psicoanalista di una psicoanalisi sino al punto ultimo (da cui gli effetti di formazione), la trasmissione pragmatica della pratica nelle supervisioni (conversazione tra pari sulla pratica). Freud ha ritenuto, per un certo tempo, che fosse possibile determinare una identità dello psicoanalista. Il successo stesso della psicoanalisi, la sua internazionalizzazione, le diverse generazioni che si sono succedute da un secolo a questa parte hanno mostrato che questa definizione di una identità dello psicoanalista era un’illusione. La definizione dello psicoanalista include la variazione di tale identità. È questa stessa variazione. La definizione dello psicoanalista non è un ideale, essa include la storia della psicoanalisi stessa, e di quello che è stato chiamato psicoanalista in contesti di discorso distinti.

La nomina di psicoanalista include delle componenti contraddittorie. Ci vuole una formazione accademica, universitaria o equivalente, che dipende dalla generale collazione dei gradi. Ci vuole un’esperienza clinica che si trasmette nella sua particolarità sotto il controllo di pari. Ci vuole l’esperienza radicalmente singolare della cura. I livelli del generale, del particolare, del singolare sono eterogenei. La storia del movimento psicoanalitico è quella delle divergenze e delle interpretazioni di tale eterogeneità. Essa fa parte, pure lei, della grande Conversazione della psicoanalisi che permette di dire chi è psicoanalista. Questo dire si realizza tramite delle procedure dentro delle comunità che sono le istituzioni psicoanalitiche. In questo senso, lo psicoanalista non è solo, egli dipende, come il motto di spirito, da un Altro che lo riconosca. Questo Altro non può ridursi a un Altro normato, autoritario, regolamentare, standardizzato. Lo psicoanalista è colui che afferma di aver ottenuto dall’esperienza ciò che poteva attendersene e, dunque, che afferma di aver superato una “passe”, così come l’ha chiamata Lacan. Vi testimonia del superamento delle sue impasse. L’interlocuzione tramite cui egli vuole ottenere un accordo su questa traversata si fa dentro dei dispositivi istituzionali. Più profondamente, essa si iscrive nella grande Conversazione della psicoanalisi con la civiltà. Lo psicoanalista non è autistico. Non smette di rivolgersi all’interlocutore benevolo, all’opinione illuminata, che egli desidera commuovere e toccare a favore della causa psicoanalitica.

Traduzione: Adele Succetti

 




 

VERSO PIPOL 4

 

Jacques-Alain Miller

 

 

PIPOL3 sta or ora terminando e già lo sguardo si volge verso PIPOL4.
PIPOL3 ha testimoniato di un’epidemia che ha vinto, e che vince tutti i giorni nel Campo freudiano, e che fa vibrare tutta la comunità europea.

Entusiasmo inaspettato
Quattro anni fa veniva aperto a Parigi, finanziato dall’École de la Cause freudienne, il CPCT, il Centro Psicoanalitico di Trattamenti e Consulenze della rue de Chabrol. Se oggi ci sono una decina di CPCT in Francia, diversi in Spagna, due in Italia, uno a Bruxelles, molti in formazione, se una cinquantina di istituzioni hanno aderito a RIPA, la nostra Rete d’Istituzioni di Psicoanalisi Applicata, se tutto questo piccolo mondo è in piena attività, in piena crescita, ciò non dipende da nessuna direttiva, da nessuna ingiunzione. A dire il vero, quattro anni fa il CPCT di Parigi sembrava destinato a essere un’iniziativa sperimentale, che verosimilmente sarebbe rimasta a lungo solitaria, sino a che, con saggezza, alcuni comitati scientifici non ne avessero tratto insegnamento. Un entusiasmo inaspettato ha spazzato via tutto ciò. Le masse del Campo freudiano si sono impossessate dell’idea e l’hanno trasformata in forza materiale, hanno superato tutti gli ostacoli, portando alla luce giacimenti insospettati di buona volontà, di disponibilità, di tempo liberato, rivelando vocazioni, come se ciascuno si fosse detto: “Finalmente ci siamo!” Come se facessimo finalmente ritorno all’avvenire. Come se, grazie a noi, la psicoanalisi avesse stretto una nuova alleanza con il tempo presente.

Nuovo paradigma
Siamo portati da questo grande movimento, che dobbiamo al contempo delucidare, per sapere, se non altro, qual è il passo successivo sul cammino di PIPOL.
Per giustificare ai nostri stessi occhi l’innovazione introdotta dal CPCT, per riordinare le carte psicoanalitiche, siamo ricorsi a una vecchia distinzione: quella fra psicoanalisi pura e psicoanalisi applicata. Benissimo! È classica.
È assolutamente giusto lasciare intatta la psicoanalisi pura, poiché alla formazione degli analisti continuano a imporsi le stesse esigenze, la passe resta il nome con il quale noi pensiamo il vero termine di un’analisi e ne pratichiamo la verifica.
L’innovazione in questione si è prodotta sul piano della psicoanalisi applicata alla terapia. Era più rassicurante per noi pensare così. Qui abbiamo introdotto un cambiamento di paradigma, abbiamo intaccato parametri sino a prima costanti: la durata e il pagamento. La durata è stata limitata e programmata, il pagamento è stato soppresso. Attenzione però! Soppresso per il paziente ma anche, sino ad ora perlomeno, per l’analista.
Senza dubbio la terapia breve era già stata praticata in psicoanalisi e teorizzata – pensiamo ad esempio a uno dei nostri predecessori, Franz Alexander – e anche il trattamento gratuito – pensiamo al consultorio di Berlino ai tempi di Wilhelm Reich – ma, per quel che ne so, non sono mai stati praticati su questa scala, né con l’elaborazione clinica ad hoc che, da noi, ormai li accompagna.

Luogo Alfa
Sarebbe stato impossibile, se il nostro riferimento fosse rimasto il concetto fossilizzato del setting, che s’identifica con lo studio dove l’analista esercita privatamente la professione. Gli effetti psicoanalitici non dipendono dal setting, ma dal discorso, vale a dire dal fatto che alcune coordinate simboliche vengono stabilite da parte di qualcuno che è analista e la cui qualità d’analista non dipende dall’ubicazione dello studio, né dalla natura della clientela, ma piuttosto dall’esperienza in cui egli si è impegnato.
Sono i concetti lacaniani dell’atto analitico, del discorso analitico e della conclusione dell’analisi come passaggio all’analista che ci hanno permesso di concepire lo psicoanalista come un oggetto nomade e la psicoanalisi come una istallazione portatile, che può spostarsi in contesti nuovi e, in particolare, nelle istituzioni. I racconti di casi mostrano e dimostrano, mettono in evidenza che effetti psicoanalitici propriamente detti si producono anche dentro contesti istituzionali, se solo tale contesti autorizzano lo stabilirsi di un luogo analitico. C’è un luogo analitico possibile in istituzione, diciamo un Luogo Alfa.
Un Luogo Alfa non è un luogo d’ascolto. Oggi si chiama luogo d’ascolto un posto in cui un soggetto viene invitato a cianciare invettive sguaiate a torto e a traverso. Si dice che il fatto di esprimersi a parole dia sollievo. Un Luogo Alfa è un luogo di risposta, un luogo in cui la chiacchiera prende il risvolto dell’interrogativo, e l’interrogativo stesso prende il risvolto della risposta. C’è Luogo Alfa solo a condizione che, con l’operazione dell’analista, la chiacchiera riveli di contenere il tesoro di un senso altro che vale come risposta, che vale cioè come un sapere detto inconscio. Questo mutamento della chiacchiera dipende da quel che chiamiamo transfert, che permette all’evento interpretativo di aver luogo, l’evento interpretativo che divide un prima e un dopo, come diciamo classicamente.
Perché vi sia Luogo Alfa, è necessario ed è sufficiente che si stabilisca il ciclo tramite cui “l’emittente riceve dal ricevente il proprio messaggio in forma invertita”(1); in questo modo il soggetto si trova collegato con il sapere supposto di cui ignorava di esser sede lui stesso.

Collegamento, ricollegamento
L’affiorare di un tale istante di sapere deve essere severamente controllato, poiché è una scintilla che può dar fuoco a tutto, intendo dire che, in un soggetto, può attizzare l’incendio di un delirio interpretativo generalizzato. Per assicurarsi quindi che gli operatori siano capaci di realizzare una distribuzione ponderata degli effetti psicoanalitici, dosati in base alle capacità del soggetto di sopportarli, s’impone nel Luogo Alfa una selezione drastica. Analogamente, gli operatori nel Luogo Alfa non possono astenersi dal praticare l’arte della diagnosi rapida. Di regola questo compito, nei nostri CPCT, è affidato agli analisti più esperti, più agguerriti, che devono formulare una prescrizione dettagliata.
In questo si scorge subito ciò che ha appassionato nella pratica degli effetti terapeutici rapidi: l’alto grado di padronanza clinica che richiede, la mobilitazione immediata del sapere preliminarmente accumulato sia attraveerso lo studio dei testi sia attraverso l’esperienza effettiva, la valutazione istantanea e l’assunzione ragionata del rischio clinico. Abbiamo così potuto constatare che un collegamento, anche fugace, con il sapere supposto, che noi chiamiamo per ipotesi inconscio, si traduce di regola in un ricollegamento con quello che tradizionalmente si chiama il discorso dell’Altro.
Prendo le distanze, le prendo per tutti noi, da questa formulazione. “L’Altro maiuscolo“, questa designazione è una approssimazione, poiché non si tratta di un’istanza unificata, non è un monolito. In questo senso non ho obiezioni a parlare di un ricollegamento con la realtà sociale.

Operazione verità
Cos’è il sociale che abbiamo fatto figurare nel titolo di PIPOL3?
Innanzi tutto è un termine passe-partout, un termine paricolarmente comodo, che fa da interfaccia tra il linguaggio delle autorità politiche e amministrative e il nostro, a costo, senza dubbio, di un equivoco. Il segreto, il nostro, è che noi non facciamo alcuna differenza tra la realtà psichica e la realtà sociale. La realtà psichica è la realtà sociale.
Nell’ultimissimo insegnamento di Lacan, si trova questa proposizione provocatoria: “La nevrosi dipende dalle relazione sociali”. (2) Per togliere ogni aspetto di paradosso a quanto ho appena affermato basta ricordare che alla base della realtà sociale c’è il linguaggio. Con questo intendiamo la struttura che, per effetto della routine del legame sociale, emerge dalla lingua che parliamo. È la routine sociale a fare in modo che il significato possa conservare il senso, quel senso che è dato dalla sensazione che ciascuno ha di “far parte del proprio mondo, vale a dire della propria famigliola e di quanto vi gira intorno”. (3)
Gli psicoanalisti che esercitano nei Luoghi Alfa sono certo in presa diretta sul sociale, incarnano per questo il sociale e restituiscono il legame sociale ai soggetti che accolgono. È ciò che giustifica il titolo di PIPOL 3. I soggetti che accolgono invece non sono più, per l’appunto, in presa diretta sul sociale, perché sono, invece, in una situazione di mancata presa. Non è forse proprio quel che è ora opportuno metterre a tema, e cioè la situazione di mancata presa sociale?
Si capisce l’entusiasmo che può prendere gli psicoanalisti che esercitano nei Luoghi Alfa, nei CPCT, nelle istituzioni RIPA, per il fatto di veder spazzate via le mediazioni che, di solito, velano la posizione dell’analista, velano all’analista che è in presa diretta sul sociale. Un analista può funzionare solo se è in presa diretta sul sociale ma, nel suo studio, può misconoscerlo e può alimentare le dolci fantasticherie – Schwarmerei – della propria extraterritorialità.
Spesso si cita questa parola pronunciata da Lacan come se ne avesse fatto l’elogio, mentre, ovviamente, l’ha usata in senso ironico. Quando il Luogo Alfa emigra dallo studio verso l’istituzione, la verità che si denuda mostra la strutturale socialità della posizione e dell’atto analitici. Arriverò persino a dire che il successo dei CPCT e, più ampiamente, quello delle istituzioni RIPA, è il successo di questa “operazione verità“. È ciò su cui si fonda quel che, in questi giorni, ho inteso come un “Finalmente ci siamo!”.

Una base psicoanalitica del sintomo
Quando si parla di psicoanalisi pura e di psicoanalisi applicata s’intende che i risultati della prima sono investiti nella seconda. È esatto ed è innanzi tutto il caso proprio dell’analista, in quanto è il risultato della sua stessa analisi che, invece, non è né breve né programmata né gratuita. Non trascuriamo però il fatto che c’è un effetto di ritorno. La psicoanalisi applicata, quella che noi pratichiamo, ha un’incidenza sulla psicoanalisi pura che andrà via via crescendo.
Lo possiamo cogliere già nella clinica della psicosi ordinaria, senza esordio, dove gli effetti della preclusione non sono spettacolari, diversamente dai deliri e dalle allucinazioni, ma si traducono in segni più discreti, con fenomeni elementari talvolta minimi, sono scollegamenti successivi dalla famiglia e da tutto quello che vi gira attorno: le relazioni sociali, il mondo.
La psicoanalisi applicata avrà conseguenze anche sulla teoria della cura. La programmazione dei trattamenti brevi rende l’analista più attento a quanto viene acquisito in ogni seduta, una per una, mentre la Durcharbeitung dell’esperienza pura – la rielaborazione come viene tradotta –, il tempo per comprendere prolungato imposto dall’analisi pura ha come effetto naturale l’abrasione di tale dettaglio, addirittura il fatto di renderlo impercettibile all’analista. Quelle che, talvolta, meritano d’essere chiamate le micro-cure condotte nei Luoghi Alfa avranno l’effetto di affinare la vigilanza degli analisti nella direzione della cura analitica propriamente detta.
In terzo luogo, ricordo che i nostri Luoghi Alfa istituzionali ora sono, almeno in parte, sovvenzionati da alcune amministrazioni e lo saranno sempre di più. S’impone allora un’esigenza naturale, e cioè quella di render conto ai loro sponsor. Questi ultimi vogliono cifre, vogliono il quantitativo, il numerico. Vogliono risultati da far passare dentro le statistiche, dentro le macchine d’archiviazione, dentro i computer. Ci offrono già i servizi dei loro ingegneri.
Possiamo sostenere di operare con il sapere supposto e che il sapere esposto snatura la nostra operazione. Possiamo dire, sospirando, che è scocciante compilare le schede che ci richiedono. Propongo di prendere le cose in modo diversamo, di prenderele cioè come l’opportunità di far passare la nostra clinica, le sue diagnosi, i suoi avvistamenti, nel circuito della comunicazione comune; il che significa innanzi tutto farla passare nel registro della trasmissione integrale, quello che Lacan ha chiamato il matema.
Il matema, non è solo l’uso di S/, a, S1, S2, e così via. L’esigenza degli sponsor deve essere per noi l’opportunità di formalizzare la nostra clinica e, perché no, di rivaleggiare con il DSM. Perché non creare la BPS? Chi può dubitare che la costituzione di una “base psicoanalitica del sintomo”, passibile di quantificazione, possa avere effetti molto favorevoli sulla qualità della trasmissione clinica, ivi compresa quella più sfumata? Sono forse l’unico a desiderare un’armatura matematica più consistente di quella di cui noi disponiamo? Non credo.

Disinserimento
Il passo successivo, nella serie dei PIPOL, s’impone logicamente. E’ opportuno passare allo studio tematico, differenziale, graduato, delle situazioni soggettive di mancata presa sociale.
La mancata presa sociale ha un nome comune, nel linguaggio amministrativo contemporaneo: disinserimento. Questo termine è stato scelto come titolo del progetto di ricerca RIPA a livello europeo. (4) Vedo PIPOL 4 come una scansione in questa ricerca. Da qui il titolo che propongo: “Clinica e pragmatica del disinserimento in psicoanalisi”.
Dico clinica perchè, ovviamente, abbiamo cose da dire e a cui dare ordine per quanto riguarda i fondamenti psicoanalitici del disinserimento, dove potremo investire i nostri risultati concernenti la psicosi ordinaria, in particolare ciò che ruotra intorno a quella che Hugo Freda ha chiamato “la precarietà simbolica”. Potremo senza dubbio portare qualcosa di nuovo sul rifiuto scolastico, per esempio, poiché il significante-padrone sull’autorità, e l’S2 sul sapere, ci forniscono idee che possono essere comunicate. Dico pragmatica, invece che trattamento o cura, perchè qui siamo sul terreno del saperci-fare, dello “sbrogliarsela con”.
Il grande movimento che ci porta dipende dal fatto che la psicoanalisi si è mostrata, e si mostra ancora, in ritardo rispetto a se stessa. La psicoanalisi, la cui pratica implica il crollo di tutte le parvenze, che mette in opera un potente principio, quasi socratico, d’ironia, resta spesso attaccata a credenze obsolete, si rifugia in una extraterritorialità immaginaria. Non si riconosce più in un universo contemporaneo che, tuttavia, più di altri ha contribuito a far emergere e, nei soui rappresentanti meno simpatici, in quelli più ignoranti, piange sul Nome-del-Padre sognando di ristabilirne il regno. Nostalgia del momento freudiano della psicoanalisi, quando regnava ancora un ordine sociale autoritario, gerarchico, regolamentare, addirittura disciplinare, e in cui la psicoanalisi era ancora in bozzolo, a difendere il diritto a godere.
Era l’epoca in cui l’inserimento sociale veniva realizzato fondamentalmente tramite l’identificazione simbolica. Uno psicoanalista poteva allora esaltare la liberazione del desiderio, la salvezza attraverso la pulsione. Ora siamo nell’epoca in cui l’Altro non esiste più. Allo “zenit sociale” vi è l’oggetto a che lo ha sostituito. L’inserimento, più che attraverso l’identificazione, si realizza attraverso il consumo. Il sogno, più che la liberazione, è la soddisfazione. E la realtà sociale è dominata dal mancato-godere. Ne deriva la voga delle dipendenze, che non è riguarda semplicemente le pratiche: tutto diventa dipendenza nel comportamento sociale, tutto assume uno stile dipendente.
Nelle dipendenze, come nel consumo frenetico dei plusgodere che la tecnologia moltiplica e mette sul mercato a ritmo sempre più rapido, si deve riconoscere uno sforzo disperato per risarcire una carenza di soddisfazione che è di struttura.

Momento pragmatico
È la chiave di lettura dello scontro di civiltà. Viene chiamata così essenzialmente l’opposizione, l’incompatibilità tra la civiltà religiosa e la civiltà fondata sul mercato, tra la civiltà dominata dall’ideale dell’io e quella dominata, per la precisione, dal superio, il cui imperativo si formula godersi, tra la civiltà del rispetto e la nostra, che è quella dell’ingordigia. La civiltà fondata sul mercato stigmatizza quella dell’ideale dell’io come fanatismo ed essa è a sua volta stigmatizzata come perversione, corruzione, depravazione, Godimento-pride. (5) Tra le due vi è quell’enigmatica mescolanza che è la Cina odierna, dove si osservano al contempo un controllo autoritario dell’ideale e una straordinaria disinibizione del consumo.
Perché degli psicoanalisti in questi tempi di disagio? Non per condividere il disagio. Il buon umore che ha regnato in queste Giornate testimonia che non è il nostro stile. Non lasciarsi abbindolare dalla soddisfazione illusoria dei plusgodere non significa comunque attestarsi nel rifiuto dell’anima bella e lanciare anatemi contro la realtà sociale contemporanea. La missione che ci spetta in questo mondo è riconoscere e delucidare la diversità umana, la diversità dei modi-di-godere della specie. Questo impone di riallacciarsi allo spirito della psicoanalisi ai suoi albori, quando gli psicoanalisti sapevano ancora sacrificare alla psicoanalisi le parvenze della rispettabilità. La psicoanalisi allora sapeva che, per essere assolutamente rigorosa, doveva essere un po’ mascalzona.

Ho parlato del momento freudiano, che è dietro di noi. Lo è ugualmente il momento lacaniano; esso è stato al tempo stesso, in una congiunzione barocca, esistenzialista e strutturalista, vale a dire scientista. Lacan stesso ha lasciato questo momento dietro di sé e ha abbozzato per noi la configurazione del momento contemporaneo, che è pragmatico. Sì, siamo pragmatici, come tutti oggi; siamo tuttavia a parte, siamo dei pragmatici paradossali, che non hanno il culto del funziona. Il funziona non funziona mai. Il nostro buon umore viene sicuramente dal fatto che sappiamo che fa cilecca, ma noi riteniamo di far cilecca nel modo giusto.
Siamo persuasi che c’è bisogno di noi.


* Trascrizione, corredata di note da Catherine Bonningue, dell’intervento di J.-A. Miller in chiusura delle Giornate PIPOL 3 che si sono svolte a Parigi il 30 giugno e il 1° luglio 2007 sul tema “Psicoanalisi in presa diretta sul sociale”. Riletta da Jacques-Alain Miller.
(1) J. Lacan, “Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi” (1953), in Scritti, Einaudi, Torino, 1974, p. 291.

(2) J. Lacan, Le Séminaire, livre XXIV, L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre (1976-77), lezione del 17 maggio 1977; cfr J.-A. Miller, “Le tout dernier Lacan” (2006-07), L’orientation lacanienne III, 9, lezioni del 14 e del 21 marzo 2007.

(3) Cfr. J. Lacan, Il Seminario. Libro XX, Ancora (1972-73), Einaudi, Torino, 1983, cap. IV.

(4) Questo tema è stato scelto durante la riunione RIPA del 30 giugno 2007 e deve essere messo in opera da un nuovo comitato animato da Hugo Freda, mentre delle ricerche sul programma informatico clinico delle nostre istituzioni saranno riunite da una commissione diretta da Jean-Daniel Matet.

(5) Allusione al Gay Pride che si svolgeva quella sera, il 30 giugno 2007.


Traduzione: Adele Succetti
Revisione di Marco Focchi